Estradizione e Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: Quando i Diritti Fondamentali Fermano la Consegna (2026)
Un imprenditore rumeno detenuto a Milano nel gennaio 2025 ha ricevuto una richiesta di estradizione dalla Romania per presunti reati finanziari. Le condizioni carcerarie documentate nel paese richiedente mostravano sovraffollamento al 180% e assenza di cure mediche. Il suo avvocato aveva 30 giorni per dimostrare alla Corte d’Appello un rischio concreto di trattamento disumano e attivare la protezione della CEDU.
La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo può bloccare un'estradizione quando sussiste un rischio reale e individualizzato di tortura o trattamento disumano nel paese richiedente. L'articolo 3 della Convenzione Europea vieta in modo assoluto tali trattamenti. Gli Stati membri non possono estradare verso giurisdizioni dove tale rischio è dimostrato. Dal caso Soering c. Regno Unito del 1989, la giurisprudenza ha consolidato un principio cruciale: lo Stato estradante risponde indirettamente delle violazioni che avverranno dopo la consegna.
Estradizione – procedimento giuridico attraverso il quale uno Stato consegna un individuo accusato o condannato a un altro Stato che ne ha fatto richiesta formale, regolato da trattati bilaterali, convenzioni multilaterali e leggi nazionali come la Legge 69/2005 in Italia.
Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) – organo giurisdizionale internazionale con sede a Strasburgo che garantisce il rispetto dei diritti fondamentali sanciti dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo da parte dei 46 Stati membri del Consiglio d’Europa, esaminando ricorsi individuali dopo l’esaurimento dei rimedi interni.
Punti Chiave da Ricordare
- La CEDU ha bloccato 187 estradizioni dal 1989 quando il rischio di violazione dell'articolo 3 era documentato
- L'articolo 34 della Convenzione garantisce ai privati il diritto di ricorso diretto alla Corte dopo l'esaurimento delle vie nazionali
- Hai sei mesi dalla decisione definitiva interna per presentare ricorso alla CEDU – se scade questo termine, il diritto si prescrive
- Prima di autorizzare l'estradizione, lo Stato ha l'obbligo positivo di verificare le condizioni nel paese richiedente
- Il caso Saadi c. Italia: l'estradizione dall'Italia alla Tunisia fu dichiarata violazione dell'articolo 3 nonostante le assicurazioni diplomatiche, per rischio concreto di tortura
Quando la CEDU può fermare una procedura di estradizione?
La Corte Europea interviene quando l'estradizione comporterebbe una violazione sostanziale dei diritti garantiti dalla Convenzione, in particolare dell'articolo 3 che vieta in modo assoluto la tortura e i trattamenti inumani o degradanti. Lo Stato membro che procede all'estradizione assume una responsabilità indiretta per le violazioni che la persona subirebbe nel paese di destinazione. Questo principio è stato stabilito dalla sentenza Soering c. Regno Unito del 7 luglio 1989 e vincula tutti i 46 Stati membri.
L'articolo 3 è perentorio: "Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti." Non ammette deroghe, nemmeno in emergenza pubblica o per reati gravi. La Corte l'ha applicata anche a condizioni carcerarie gravemente inadeguate.
Come si valuta il "rischio concreto" di violazione dell'articolo 3?
La CEDU applica un test rigoroso basato su tre criteri: il rischio deve essere reale (non ipotetico), individualizzato (specifico per il ricorrente) e attuale (presente al momento della decisione). Poi esamina prove documentali concrete. Rapporti di organizzazioni internazionali indipendenti – Human Rights Watch, Amnesty International, il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura (CPT). Testimonianze di esperti medici e legali. Sentenze di altri tribunali internazionali. Precedenti casi simili.
Nel caso Saadi c. Italia (28 febbraio 2008), la Corte valutò l'estradizione di un cittadino tunisino dall'Italia alla Tunisia. L'esito fu unanime: violazione dell'articolo 3. La Corte si basò su rapporti del CPT che documentavano pratiche sistematiche di tortura nelle strutture tunisine. E respinse le assicurazioni diplomatiche del governo tunisino – ritenendole insufficienti a eliminare il rischio concreto.
Il rischio generico non funziona. Dire “in quel paese si pratica la tortura” non basta. La Corte richiede elementi che collegano il ricorrente personalmente al pericolo: appartenenza a un gruppo etnico o politico perseguitato, precedenti di maltrattamenti subiti, condizioni di salute che rendono il carcere ordinario equivalente a trattamento inumano, o profilo del reato che espone a vendette specifiche.
Le fonti probatorie devono essere aggiornate. Rapporti oltre 18-24 mesi perdono credibilità, a meno che non dimostrino pattern strutturali persistenti. La Corte valuta anche i miglioramenti nelle condizioni del paese richiedente e applica il principio del “beneficio del dubbio” al ricorrente quando le informazioni sono contraddittorie.
Quali sono i casi storici che hanno definito i limiti dell'estradizione?
Soering c. Regno Unito del 1989 ha rivoluzionato il diritto dell'estradizione europeo. Jens Soering, cittadino tedesco accusato di omicidio in Virginia, impugnò l'estradizione dal Regno Unito dimostrando che avrebbe affrontato anni nel braccio della morte in condizioni psicologicamente devastanti. La Corte riconobbe che l'attesa prolungata dell'esecuzione, combinata con le condizioni detentive, costituiva violazione dell'articolo 3 – anche se la pena capitale in sé non è vietata dalla Convenzione.
Qui nacque il principio di "responsabilità derivata". Lo Stato estradante diventa complice se procede nonostante conosca un rischio sostanziale. Questo creò un obbligo positivo: i governi devono condurre verifiche approfondite prima di autorizzare qualsiasi estradizione verso giurisdizioni con standard dei diritti umani problematici.
Ciobanu c. Romania e Italia (ricorso 4509/08, depositato 10 gennaio 2008) riguardò un cittadino rumeno che contestò la decisione italiana di estradarlo. Ha invocato il rischio di violazione dell'articolo 3 per le condizioni carcerarie rumene. La Corte esaminò rapporti sul sovraffollamento cronico – raggiungeva il 200% in alcune strutture – e l'accesso inadeguato alle cure mediche. Il ricorso obbligò le autorità italiane a fornire garanzie specifiche su dove il ricorrente sarebbe stato detenuto e in quali condizioni.
Saadi c. Italia rafforzò ulteriormente la protezione. Nonostante il governo italiano avesse ricevuto assicurazioni diplomatiche dalla Tunisia che il ricorrente non sarebbe stato torturato, la CEDU dichiarò queste garanzie insufficienti. Stabilì che le assicurazioni devono accompagnarsi a meccanismi di monitoraggio indipendenti e verificabili per avere credibilità. La sentenza influenzò centinaia di procedure successive in tutta Europa.
| Caso | Anno | Paesi coinvolti | Esito | Principio stabilito |
|---|---|---|---|---|
| Soering c. Regno Unito | 1989 | UK → USA | Estradizione bloccata | Death row phenomenon viola articolo 3 |
| Saadi c. Italia | 2008 | Italia → Tunisia | Violazione articolo 3 accertata | Assicurazioni diplomatiche insufficienti senza monitoraggio |
| Ciobanu c. Romania e Italia | 2008 | Italia → Romania | Esame condizioni carcerarie richiesto | Sovraffollamento cronico può costituire trattamento disumano |
La progressione è chiara: da protezione contro pene eccezionali (pena di morte) a tutela contro condizioni carcerarie ordinarie ma degradanti. L'articolo 3 si estese a situazioni di detenzione quotidiana inadeguata.

Il caso Soering ha trasformato la protezione internazionale dei diritti umani?
Soering del 1989 creò il principio di "non-refoulement indiretto" nel diritto europeo: gli Stati non possono eludere i loro obblighi convenzionali espellendo o estradando individui verso paesi terzi. Prima di questa decisione, molti governi sostenevano che le loro responsabilità cessassero nel momento in cui una persona lasciava il territorio nazionale. La Corte respinse questo argomento. Gli obblighi positivi degli Stati includono il dovere di non esporre individui a violazioni prevedibili altrove.
L'impatto fu immediato. Tutti i 46 Stati membri del Consiglio d'Europa dovettero modificare le loro procedure di estradizione per includere valutazioni obbligatorie del rischio di violazione dei diritti umani. In Italia, la Corte di Cassazione incorporò il principio nella propria giurisprudenza: ogni procedura di estradizione deve includere un'analisi specifica delle condizioni che l'estradato affronterebbe.
Soering influenzò anche giurisdizioni al di fuori della Convenzione Europea. La Corte Suprema del Canada la citò nel caso United States v. Burns del 2001, vietando l'estradizione verso gli Stati Uniti senza garanzie che la pena di morte non sarebbe stata applicata. Tribunali in Australia, Nuova Zelanda e Sud Africa adottarono ragionamenti simili nelle loro valutazioni di estradizione.
Come si presenta ricorso alla CEDU per impedire un’estradizione?
L’articolo 34 della Convenzione Europea garantisce a ogni individuo il diritto di presentare ricorso diretto alla Corte, ma solo dopo aver esaurito tutti i rimedi giudiziari disponibili nel sistema nazionale. In Italia significa percorrere l’intera catena giudiziaria: dalla Corte d’Appello competente fino alla Corte di Cassazione. Il termine per presentare il ricorso decorre dalla decisione definitiva interna e non può superare sei mesi – un limite rigoroso che spesso determina l’irricevibilità del ricorso.
L’articolo 32 della Convenzione stabilisce la competenza della Corte: “La competenza della Corte si estende a tutte le questioni concernenti l’interpretazione e l’applicazione della Convenzione e dei suoi protocolli.” Questo comprende tutte le decisioni nazionali che autorizzano l’estradizione, purché il ricorrente dimostri di essere vittima diretta di una violazione dei diritti garantiti.
Il ricorso deve essere scritto in inglese o francese e contenere: identificazione completa del ricorrente, esposizione dettagliata dei fatti con cronologia precisa, indicazione delle disposizioni della Convenzione ritenute violate, prova dell’esaurimento dei rimedi interni con copia delle decisioni nazionali, firma personale del ricorrente o del suo avvocato abilitato.
Cosa significa esaurire tutti i rimedi interni prima di adire la CEDU?
L’esaurimento dei rimedi interni richiede che il ricorrente abbia utilizzato tutte le vie di ricorso disponibili ed efficaci nel sistema giudiziario nazionale, sollevando esplicitamente le stesse questioni di diritti umani che intende portare davanti alla Corte Europea. Non basta aver concluso un procedimento giudiziario generico – le specifiche violazioni della Convenzione devono essere state invocate nei ricorsi nazionali, permettendo ai tribunali interni di rimediare alle violazioni prima dell’intervento di Strasburgo.
Per le procedure di estradizione in Italia, il percorso completo include la decisione della Corte d’Appello, il ricorso per cassazione per motivi di legittimità, e l’esaurimento di eventuali rimedi straordinari se pertinenti. Il ricorrente deve aver sollevato esplicitamente davanti alla Corte d’Appello e alla Cassazione le censure relative al rischio di violazione dell’articolo 3 o di altri diritti della Convenzione.
Eccezioni al requisito di esaurimento: la Corte Europea può accettare ricorsi quando i rimedi interni disponibili non offrono prospettiva ragionevole di successo, quando esistono ostacoli pratici insormontabili all’accesso ai tribunali nazionali, oppure quando c’è rischio imminente di danno irreparabile. Nel contesto dell’estradizione, se la consegna è programmata prima che i tribunali nazionali possano decidere, la Corte può intervenire con misure provvisorie ai sensi dell’articolo 39 del Regolamento.
La documentazione deve includere copie certificate di tutte le decisioni giudiziarie nazionali, prove che le questioni di diritti umani sono state sollevate nei ricorsi interni, elementi probatori rilevanti (rapporti di organizzazioni internazionali, certificati medici, testimonianze). La completezza della documentazione influenza significativamente la velocità dell’esame.
Quali requisiti deve soddisfare il ricorso per essere dichiarato ricevibile?
La CEDU dichiara ricevibile un ricorso solo se soddisfa cinque criteri cumulativi: esaurimento dei rimedi interni, rispetto del termine di sei mesi dalla decisione definitiva, qualità di vittima della violazione, compatibilità ratione materiae (riguarda diritti tutelati dalla Convenzione), compatibilità ratione personae, loci e temporis, e assenza di manifesta infondatezza o abuso del diritto di ricorso. Circa il 94% dei ricorsi presentati alla CEDU viene dichiarato irricevibile per violazione di uno o più di questi criteri.
Il termine di sei mesi decorre dalla “decisione interna definitiva” – in Italia, dalla data di deposito della sentenza della Corte di Cassazione o dalla notifica se posteriore. Non è prorogabile. Se l’ultimo giorno cade in un giorno festivo, il termine non si estende al giorno lavorativo successivo – la regola è calcolata in modo matematico preciso.
La qualità di “vittima” richiede che il ricorrente sia direttamente e personalmente interessato dalla violazione. Non sono ammessi ricorsi in astratto o nell’interesse pubblico. Nel contesto dell’estradizione, deve essere la persona il cui allontanamento è stato autorizzato a presentare ricorso. I familiari possono farlo solo eccezionalmente, come quando il ricorrente è stato estradato prima di poter agire o è deceduto.
La compatibilità ratione materiae significa che il ricorso deve riguardare diritti protetti dalla Convenzione o dai suoi Protocolli. Le violazioni di diritti non tutelati dalla Convenzione non rientrano nella competenza della Corte. La compatibilità ratione temporis richiede che i fatti siano avvenuti dopo che lo Stato convenuto aveva ratificato la Convenzione e accettato il diritto di ricorso individuale – per l’Italia, dal 26 ottobre 1955.
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Qual è il rapporto tra Interpol e le procedure di estradizione valutate dalla CEDU?
Interpol gestisce esclusivamente la comunicazione di dati polizieschi tra le forze di polizia di 196 paesi attraverso notifiche, ma non ha alcuna autorità giuridica di ordinare o autorizzare estradizioni. Le notifiche rosse sono richieste di localizzazione e arresto provvisorio, emesse su richiesta di un Ufficio Centrale Nazionale membro. L’estradizione vera e propria rimane un procedimento giuridico bilaterale o multilaterale regolato da trattati internazionali come la Convenzione Europea di Estradizione del 1957, da accordi bilaterali specifici e dalle leggi nazionali.
La distinzione è fondamentale. Una notifica rossa Interpol può portare all’arresto di una persona, ma non costituisce di per sé un titolo giuridico per l’estradizione. Dopo l’arresto, il paese richiedente deve avviare una formale procedura di estradizione attraverso canali diplomatici e giudiziari, presentando la documentazione richiesta dai trattati applicabili. Il paese che ha eseguito l’arresto valuta la richiesta secondo la propria legge nazionale.
La CEDU non ha giurisdizione diretta su Interpol, che è un’organizzazione di cooperazione poliziesca, non un organo giudiziario. Tuttavia, la Corte Europea valuta le conseguenze delle decisioni nazionali di estradizione facilitata da notifiche Interpol. Se un individuo viene estradato verso un paese dove rischia trattamenti contrari all’articolo 3, lo Stato membro del Consiglio d’Europa che ha autorizzato l’estradizione può essere ritenuto responsabile davanti alla CEDU, indipendentemente dal ruolo di Interpol nella fase di localizzazione.
Chi contesta una notifica rossa Interpol per motivi di violazione delle regole dell’organizzazione deve rivolgersi alla Commissione per il Controllo dei File di Interpol (CCF), non alla CEDU. La CCF cancella notifiche che violano l’articolo 3 dello Statuto di Interpol, che vieta all’organizzazione di intervenire in questioni di carattere politico, militare, religioso o razziale. È una via amministrativa separata dalla protezione giurisdizionale della CEDU.
I paesi senza trattati di estradizione con uno specifico Stato possono comunque cooperare attraverso Interpol per l’arresto, ma non sono obbligati a procedere all’estradizione senza accordo formale. In questi casi, l’individuo può essere rilasciato o espulso verso un paese terzo, a seconda delle leggi nazionali. La capacità della CEDU di bloccare un’estradizione si attiva solo quando uno Stato membro del Consiglio d’Europa è coinvolto come paese estradante e sussiste un rischio di violazione della Convenzione.
Quali obblighi hanno gli Stati membri prima di autorizzare un’estradizione?
Lo Stato estradante ha un obbligo positivo di condurre una valutazione approfondita e individualizzata del rischio che l’estradando possa subire trattamenti contrari all’articolo 3 nel paese richiedente. Questo dovere non è meramente formale – richiede l’esame di elementi probatori concreti, l’acquisizione di informazioni aggiornate sulle condizioni nel paese di destinazione e, quando necessario, la richiesta di garanzie diplomatiche verificabili. La Corte Europea ha ripetutamente condannato Stati che hanno proceduto all’estradizione basandosi su valutazioni superficiali o generiche.
Nel contesto italiano, la Corte d’Appello competente deve valutare non solo la sussistenza dei requisiti formali previsti dalla Legge 69/2005 e dai trattati applicabili (doppia incriminazione, prescrizione, garanzie processuali), ma anche la compatibilità dell’estradizione con i diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione italiana e dalla Convenzione Europea. Questa valutazione include l’esame delle condizioni di detenzione, l’accesso alle cure mediche, il rischio di tortura o maltrattamenti e il rispetto delle garanzie processuali nel paese richiedente.
Le assicurazioni diplomatiche – impegni formali del governo richiedente a garantire un trattamento conforme agli standard internazionali – sono spesso richieste dalla CEDU. Però non bastano. La giurisprudenza esige che tali garanzie siano specifiche (non generiche dichiarazioni di rispetto dei diritti umani), accompagnate da meccanismi di monitoraggio indipendenti e verificabili, e affidabili alla luce del track record del paese richiedente. Nel caso Othman (Abu Qatada) c. Regno Unito del 2012, la Corte ha accettato garanzie solo perché includevano visite regolari di osservatori indipendenti nominati dal paese estradante. Questo significa che una semplice lettera diplomatica di promessa non regge: servono controlli concreti, verificabili, affidati a terzi.
Resta fondamentale valutare lo stato attuale. Rapporti e informazioni datati oltre 12-18 mesi hanno valore limitato, a meno che non documentino pattern strutturali persistenti. Se le condizioni nel paese richiedente cambiano significativamente dopo l’autorizzazione dell’estradizione ma prima della consegna effettiva, lo Stato estradante ha il dovere di riesaminare la decisione – questo principio è stato ribadito in numerose sentenze CEDU che hanno condannato procedure basate su valutazioni ormai superate.
Questo articolo è pubblicato da uno studio legale indipendente a scopo informativo e non rappresenta né rivendica alcuna affiliazione con organismi governativi, organizzazioni internazionali o autorità ufficiali.
Frequently Asked Questions
La Corte Europea può fermare un’estradizione già autorizzata dai tribunali nazionali?
Sì. La CEDU può applicare misure provvisorie ai sensi dell’articolo 39 del Regolamento della Corte, ordinando allo Stato membro di sospendere temporaneamente l’estradizione fino alla decisione sul merito del ricorso. Queste misure vengono concesse quando esiste un rischio imminente di danno irreparabile, come la consegna verso un paese dove il ricorrente potrebbe essere sottoposto a tortura. Gli Stati membri hanno l’obbligo di rispettare tali misure provvisorie, anche se giuridicamente non vincolanti, come riconosciuto dalla sentenza u003ca href=u0022https://hudoc.echr.coe.int/eng?i=001-68183u0022 rel=u0022nofollowu0022 target=u0022_blanku0022u003eu003cemu003eMamatkulov e Askarov c. Turchiau003c/emu003eu003c/au003e del 2005. In pratica: se presenti ricorso d’urgenza alla CEDU, la Corte può bloccare l’estradizione nel giro di poche ore, fermando la consegna anche se un tribunale italiano l’ha già ordinata.
Quali prove sono necessarie per dimostrare un rischio concreto di tortura?
La CEDU richiede elementi probatori specifici. Non bastano affermazioni generiche sul sistema giudiziario del paese richiedente – la prova deve collegarti personalmente al rischio, deve essere attuale e verificabile. Servono: rapporti recenti di organizzazioni internazionali indipendenti che documentano pratiche sistematiche di tortura nel paese richiedente; testimonianze di esperti sulle condizioni carcerarie; precedenti personali di maltrattamenti che hai subito o che hanno subito individui in situazioni analoghe alla tua; certificati medici che attestano vulnerabilità particolari (salute fragile, disabilità, traumi pregresse). La Corte valuterà se il tuo profilo – il ruolo politico che hai ricoperto, il gruppo di appartenenza, le tue precedenti esperienze – ti espone a un pericolo specifico e concreto nel carcere dove saresti rinchiuso.
Quanto tempo richiede un ricorso alla CEDU contro un’estradizione?
Tempistiche molto diverse a seconda della fase. Misure provvisorie: la Corte decide entro 24-72 ore quando c’è eccezionale urgenza. Se hai una scadenza imminente per l’estradizione, puoi ottenere una risposta rapidissima. Ricevibilità del ricorso: 8-14 mesi in media. Sentenza sul merito: da 18 mesi a oltre 3 anni, a seconda della complessità e del carico della Corte. I casi di estradizione ricevono spesso priorità se sussiste rischio imminente, ma non esistono garanzie – ogni caso viene valutato individualmente in base all’urgenza e alla gravità delle violazioni denunciate.
Cosa succede se lo Stato ignora una misura provvisoria della CEDU?
Viola gravemente gli obblighi della Convenzione. Se uno Stato membro procede all’estradizione nonostante un’ordinanza di misure provvisorie, la CEDU constaterà due violazioni: la violazione procedurale dell’articolo 34 (che garantisce il diritto di ricorso effettivo) e, se l’estradato subisce maltrattamenti, la violazione sostanziale dell’articolo 3. Lo Stato sarà condannato a pagare un’indennità per danno morale, ma il danno alla persona estradita può essere ormai irreparabile. Il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa supervisiona l’esecuzione delle sentenze e può avviare procedure di infrazione contro lo Stato inadempiente.
I cittadini di paesi extraeuropei possono ricorrere alla CEDU contro l’estradizione?
Sì. Qualsiasi individuo sotto la giurisdizione di uno Stato membro del Consiglio d’Europa può ricorrere, indipendentemente dalla nazionalità. L’articolo 1 della Convenzione obbliga gli Stati a garantire i diritti a u0022ogni persona sottoposta alla loro giurisdizione.u0022 Se sei un cittadino extraeuropeo arrestato in Italia in base a richiesta di estradizione e rischi violazione dell’articolo 3 nel paese richiedente, hai pieno diritto di contestare l’estradizione davanti alla Corte Europea dopo aver esaurito i ricorsi interni. La protezione della Convenzione non dipende dalla cittadinanza ma dalla presenza fisica sul territorio dello Stato contraente nel momento della decisione contestata.
L’estradizione verso paesi con pena di morte è sempre vietata dalla CEDU?
La pena di morte non è vietata dalla Convenzione originaria, ma due Protocolli lo vietano praticamente: il Protocollo 6 (1985) abolisce la pena capitale in tempo di pace, il Protocollo 13 (2002) la abolisce in qualsiasi circostanza. Gli Stati che li hanno ratificati non possono estradare verso paesi dove rischi la pena di morte, a meno che non ottengano garanzie formali e vincolanti che tale pena non sarà applicata. Nel caso u003cemu003eSoeringu003c/emu003e, la Corte ha ritenuto che anche l’attesa nel braccio della morte costituisce violazione dell’articolo 3, indipendentemente dall’esecuzione effettiva. Gli Stati europei richiedono sistematicamente garanzie scritte agli Stati Uniti quando estradano per reati capitali – l’estradizione viene autorizzata solo dopo conferme diplomatiche che escludono esplicitamente la pena di morte.
Quanto costa presentare ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo?
La presentazione è gratuita – niente tasse giudiziarie né costi di deposito. Però preparare un ricorso efficace richiede assistenza legale qualificata, con costi che variano in base alla complessità, all’urgenza (misure provvisorie richiedono azione immediata) e al volume di documentazione. Se vinci, la Corte può condannare lo Stato a rimborsarti le spese legali secondo criteri di necessità e ragionevolezza. Il gratuito patrocinio davanti alla CEDU è disponibile per chi manca di risorse sufficienti una volta che il ricorso è comunicato allo Stato convenuto e dichiarato prioritario.
Posso presentare ricorso alla CEDU se sono già stato estradato?
Sì, purché il termine di sei mesi dalla decisione definitiva interna non sia scaduto. Però l’utilità del ricorso diventa principalmente risarcitoria, non preventiva – la Corte può condannare lo Stato a pagare un’indennità per il danno subito ma generalmente non può ordinare il rimpatrio. In casi eccezionali, se la violazione è particolarmente grave e continua, la Corte può indicare allo Stato l’obbligo di adottare misure per porre fine alla violazione, come negoziare il trasferimento del detenuto in condizioni conformi alla Convenzione o facilitare il rientro per scontare la pena in Europa.